Ecco le nostre storie.

Molte donne e il lavoro che svolgono rimangono invisibili. È ora di avviare un cambiamento. Ecco perché quattro donne dal vissuto diverso illustrano le difficoltà riscontrate durante la quotidianità lavorativa.

La storia di Cátia

La storia di Snezana D.

Un clima di terrore

Una collaboratrice di un’azienda zurighese attiva nel settore industriale ci conduce dietro le quinte del suo posto di lavoro, dominato da paura e stress.

Lavoro presso un’azienda produttrice di apparecchiature mediche da 12 anni e mi occupo del controllo della qualità per l’esame finale. Ciò significa che scruto ogni singola vite, ogni sfera... Tutto deve essere impeccabile. Se un componente risulta difettoso, è il paziente che ne paga le conseguenze. Ecco perché voglio svolgere un buon lavoro: la salute dei pazienti ci sta a cuore.

Ho sempre tentato di raggiungere buoni risultati. E ho sempre svolto con piacere il mio lavoro.

Rispetto alla precisione, la velocità ha la precedenza

Da un po’ di tempo abbiamo un nuovo capo, che purtroppo dal punto di vista contenutistico non ne sa molto. Prende decisioni sui processi che eseguo da anni, dei quali tuttavia non capisce un bel niente. Non è propenso a trarre beneficio dall’esperienza di collaboratori e collaboratrici* di lunga data: vuole avere ragione su tutto, sempre. Tutto deve essere “ottimizzato”, deve procedere in modo più rapido... Ed è proprio qui che si commettono gli errori! Nel nostro lavoro, la parola d’ordine non è solo la velocità, bensì la precisione, altrimenti, alla fine, ne va della salute del paziente.

Nessun posto per la solidarietà

Essendo il capo stesso insicuro, non ha affatto fiducia in noi collaboratori. Fa trapelare regolarmente velate minacce, ci convoca singolarmente per sapere cosa gli altri pensino e dicano di lui. Ha occhi e orecchie ovunque, sarei quasi tentata di dire che si serve di spie. Ci sentiamo costantemente osservati. Se scambi un’opinione con una collega riguardo ai problemi sul posto di lavoro e lei, addirittura, te li avvalora e incita a parlarne, d’un tratto diventi molto diffidente: lo sta facendo perché glielo ha chiesto il capo? Gli racconterà tutto dopo la nostra conversazione?

Per cui, preferiamo tacere. Quando noti che non puoi più parlare con nessuno, sei sopraffatto da una sensazione di impotenza.

Il capo ci istiga gli uni contro gli altri, distruggendo il nostro team e la solidarietà. E seminando un clima di terrore. Le persone hanno persino paura di ammalarsi: sanno che, in caso di malattia, dovranno trovare una giustificazione. Diversi colleghi e colleghe* faticano ad accettare questo modello di leadership, eppure durante le riunioni nessuno fiata. Hanno paura di perdere il proprio lavoro, è ovvio, tutti hanno le proprie ragioni. Alcuni sono prossimi alla pensione, altri sono madri sole...

Questo stress e questa pressione mi affliggono enormemente. E ne ho subito le conseguenze anche nella sfera privata. La sera, quando mi corico, mi sono chiesta se avessi fatto la cosa giusta, se ci avessi riflettuto... Non stavo bene e a volte ho realizzato di mettere a rischio la mia salute a favore di quella dei pazienti.

Ciò malgrado, volevo continuare a lavorare. Sono quindi stata molto contenta quando il capo, in occasione di un colloquio con i collaboratori, ha sottolineato quanto fossimo importanti noi del controllo qualità e come ci sia davvero bisogno di tutti noi.

Lo shock

Quello che è poi seguito, quindi, è risultato un vero e proprio shock: dal nulla, qualche settimana fa il capo mi ha convocata in un ufficio situato in un altro edificio, non dove lavoro io. Non c’ero mai stata prima, non avevo la più pallida idea di cosa mi attendesse. Improvvisamente è entrata nella stanza il capo del personale. Avevo una brutta sensazione. Mi ha detto che, malgrado le ottime prestazioni, era necessario avviare una riorganizzazione. E che per questo motivo mi stava licenziando.

Sono rimasta scioccata. Questo licenziamento è stato un fulmine a ciel sereno, e senza alcuna motivazione. Ma se poco prima mi avevano assicurato che c’era ancora tanto bisogno di noi! E poi questo?

L’aspetto peggiore è che vogliono disfarsi di me in quattro e quattr’otto, così, nonostante i 12 anni in cui ho lavorato nell’azienda e il mio amore per il lavoro, senza parlare dei buoni risultati. Ho l’impressione che il mio nuovo capo non sappia alcunché di me e non abbia visto ciò che ho conseguito. Questa assoluta mancanza di stima significa che non mi rispettano. E fa male.

La storia di Neria

Lavori in ambito assistenziale: dal tirocinio all’amaro epilogo

Resoconto su un’esperienza che simboleggia in modo sintomatico i problemi che affliggono l’intero settore dei lavori assistenziali.

All’età di 15 anni ho deciso di iniziare una formazione quale operatrice socioassistenziale per persone con disabilità. La prospettiva di lavorare con le persone e di muovere i primi passi nel settore socioassistenziale mi riempivano di gioia e mi apparivano altamente sensati.

Il tirocinio obbligatorio

Il primo ostacolo per un praticantato era il fatto che i molti posti di tirocinio sono disponibili dai 18 anni in su. Io ho avuto fortuna e sono stata assunta presso una struttura per beneficiari di rendita d’invalidità insieme ad altri tre tirocinanti*. Tuttavia, l’ente offriva solo due posti per l’apprendistato. Nonostante la storia di una degli apprendisti più anziani mi avesse turbata, considerato che aveva svolto tre anni di tirocinio prima di ottenere un posto di formazione, ho iniziato con grinta e mi sono innamorata del lavoro. Ho assistito e curato persone anziane con disabilità intellettive e aggravate dal lunedì al venerdì, e a volte anche durante il fine settimana. A peggiorare il lavoro fisico ed emotivo, molto gravoso, si sono aggiunti la carenza di organico, conflitti interni al team e il decesso dei clienti, venuti a mancare nel corso del mio lavoro. Durante queste esperienze difficili sono stata assistita ben poco.

“Una buona casalinga deve essere in grado di fare queste cose”

Mi è stato rapidamente riferito di dover capire se fossi adatta o meno a quest’attività. Se sì, allora dovevo saper far tutto, altrimenti non avrei potuto imparare. D’altronde, disponevo già dei presunti requisiti di base: ero una donna. E se sei una donna sai pulire, assistere e curare con affetto e pazienza il paziente. Con doti del tutto naturali, senza averlo mai appreso. Tutto questo mi ha resa insicura. Il lavoro mi gratificava, per cui in un modo o nell’altro ce la farò, pensavo. Dopo il tirocinio ho ricevuto il posto di apprendistato nella stessa struttura. Altre aspiranti* donne avevano in parte alle spalle molteplici praticantati prima di aver ottenuto il posto di formazione di tre anni, mentre i colleghi maschi potevano in parte accedere a questo mondo tramite il servizio civile e ottenere offerte di formazione adattate, come ad esempio un apprendistato di due anni. E i sociopedagogi ricevevano retribuzioni più alte. La felicità dell’assunzione gettava ombra sulle ingiustizie, per non parlare della loro tematizzazione.

L’apprendistato, una delusione

Con l’apprendistato sono giunti due grandi cambiamenti: i turni e più lavoro durante il fine settimana. E sono approdata in una classe con venti candidati da formare nel settore assistenziale, fra i quali 19 donne*. Venne alla luce come la mia esperienza, finora, non fosse un caso isolato: piani di servizio comprensivi di una settimana di lavoro di sette o nove giorni consecutivi, fino a sfiorare i 15. Il tutto considerato perfettamente normale. Ogni segno di debolezza, sfinimento, malattia e simili veniva sdrammatizzato notando come sapessi già cosa mi attendesse prima di iniziare. Mi sentivo debole e incapace. La mia assistente per l’apprendistato ha lasciato la struttura a causa di un burn-out, anch’esso internamente ricondotto alla sua presunta incapacità. Ogni problema non era altro che un problema individuale, ogni errore solamente dovuto alla singola persona e mai al sistema.

Insicurezza permanente

Il clima di lavoro era dominato da paura, incertezza, sfinimento e sfiducia, il che confluiva nei conflitti non affatto limitati ai singoli team o a questo ente. Anche i miei colleghi di apprendistato hanno riferito in merito in classe, divenuta nel frattempo completamente femminile. I problemi venivano ricondotti solo alla sfera individuale, mai strutturale. Questa concezione del lavoro, vissuta e a me trasmessa, ha avuto ripercussioni sul tessuto sociale, sui collaboratori e, purtroppo, anche sui clienti. Mi ha fatto male, e mi fa male ancora oggi. Il malessere fisico ed emotivo è sfociato in malattie all’interno dei team, eppure rimanere a casa significava affidare il fardello del lavoro a qualcun altro, rendendo i colleghi ancora più oberati. Un circolo vizioso senza via d’uscita.

Il “problema” donna nel settore assistenziale

I problemi del settore assistenziale sono molteplici e a volte riconducibili alla questione del genere. Se non ce ne rendiamo conto, non compiremo nessun passo avanti. In caso di errori o lacune durante la formazione, sono state addirittura messe in questione le mie potenziali capacità come madre e casalinga. Eppure era il periodo in cui avevo tra i 16 e i 22 anni, quindi non sapevo né se avrei voluto avere figli, né se un domani avrei gestito un nucleo familiare. Mi è stato fatto capire di essere una fallita nel mio ruolo femminile, un’esperienza che i miei colleghi di lavoro uomini non hanno dovuto subire, non così.

Sono una persona sicura di sé e so indignarmi. Ma non mi arrabbiai all’epoca. Hanno minato le basi della mia sicurezza, mi hanno disorientata, sono arrivata a non avere più fiducia in me stessa. Non avrei mai pensato di potermi opporre. Se il problema è la mia mancanza di femminilità, allora il problema posso essere solo io. Ci sono voluti anni per uscire da questo tunnel. Non dobbiamo assolutamente compiere gli stessi errori fornendo un’immagine distorta di sé alla prossima generazione di giovani donne nel settore della cura e dell’assistenza: dobbiamo combattere strenuamente questa visione.

Io, nel mio piccolo, sono riuscita a trovare una via di fuga e ho deciso di abbandonare l’ambito socioassistenziale. Oggi, dialogando con le mie ex compagne di formazione, vedo che questi modelli continuano a valere e a manifestarsi praticamente ovunque allo stesso modo, motivo per cui, a distanza di tempo, sono contenta della mia decisione.

Neria Heil